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IL CINEMA DEGLI
STATI UNITI D’AMERICA
Suddivisione per case di produzione, seguendo l’ordine dei
cataloghi
ufficiali
20th Century-Fox |
Columbia |
MGM |
Paramount |
RKO-Radio |
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United Artists |
Universal |
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Studios minori |
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Majors, minors e indipendenti • I sei giganti che fino al 2008 dominavano il 90% del mercato |
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Tratto da Wikipedia e
liberamente integrato e/o modificato (ultimo aggiornamento: 30
giugno 2008) |
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Uno studio
cinematografico di grandi dimensioni definito “major” è
una società di produzione e distribuzione che rilascia annualmente
al pubblico un consistente numero di pellicole, tale da garantirsi
il controllo di una quota significativa del box-office in un
determinato mercato. Nel Nord America e nei Paesi occidentali – così
come nel resto del mondo –, i principali studios cinematografici
conosciuti come “majors” sono rappresentati dai sei gruppi
industriali che dominano attualmente il 90% del mercato di Stati
Uniti e Canada, noti come i “Big Six”,
giganti dei media che non comprendono più soltanto la produzione
cinematografica, ma anche editoria, intrattenimento, multimedia ecc. Nella maggior parte dei “Big Six” attuali, con l’andare del tempo sono confluite società indipendenti, frutto di acquisizioni e/o fusioni societarie; le majors hanno anche costituito divisioni delle proprie case cinematografiche ciascuna specializzata in ambiti specifici o film di genere. Ovviamente le sei grandi di oggi operano in concorrenza con le società di produzione minori, le “minors”, come con le società di distribuzione o espressione dei produttori indipendenti, note come “Indie”. I maggiori “Indie” come Lionsgate, Summit Entertainment e l’ex-gigante Metro-Goldwyn-Mayer, sono soprannominati talvolta “mini-majors”, insieme ai più giovani Overture Films e Weinstein Company (quest’ultima in via di dissolvimento). Dal 1998 al 2005 la DreamWorks SKG arrivò a controllare una quota di mercato sufficiente a considerarla settima fra le majors, malgrado le sue ridotte dimensioni e l’appoggio a distributori esterni. Nel 2006 fu acquistata da Viacom, la casa madre della Paramount, per poi tornare ad essere indipendente nell’autunno del 2008, appoggiata alla Walt Disney per la distribuzione. Oggi i principali studios sostengono la creazione e la distribuzione di film la cui produzione effettiva è in gran parte gestita da società indipendenti, talvolta appositamente create da loro stessi per concentrarsi sullo sviluppo di un film specifico, inclusa la semplice acquisizione dei diritti di distribuzione, anche senza coinvolgimenti preliminari nel corso della produzione. Per contro, le majors concentrano gran parte delle loro attività nelle aree di sviluppo, finanziamento, marketing e merchandising dei prodotti cinematografici. |
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Principali case di produzione e quote di mercato (al 2008) • Time Warner guida la classifica. Il declino della MGM |
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Elenco dei principali conglomerati industriali di media e rispettive quote di mercato (anno 2008) con indicazione delle majors cinematografiche storiche inglobate (soltanto la Walt Disney è essa stessa un conglomerato industriale che porta il suo nome):
“Big Six” (majors) 1) 04,5% → Lionsgate 2) 02,4% → Summit Entertainment 3) 01,7% → Metro-Goldwyn-Mayer / United Artists 4) 01,1% → Overture |
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1910
→ 1929 |
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Nel 1909 Thomas
Edison, che lotto per anni nei tribunali sul controllo dei
brevetti del cinema, ottenne un riconoscimento importante che portò
alla creazione del Motion Picture Patents
Company, comunemente conosciuto come il “Trust”.
Comprendendo le nove maggiori compagnie cinematografiche americane
di allora, il Trust – forse il primo conglomerato americano di film
– «fu ideato per eliminare non solo i produttori cinematografici
indipendenti ma anche le 10.000 imprese attive nella distribuzione e
nell’esercizio delle sale». Tra il 1924, quando la Metro Pictures si accordò con la Goldwyn Pictures e la Louis B. Mayer Productions per formare la Metro-Goldwyn-Mayer, e il 1928, anno durante il quale l’industria cinematografica americana si convertì in massa al cinema sonoro, Hollywood aveva i suoi “Big Two”: Paramount e Loew’s Incorporated, proprietaria della maggiore catena di sale cinematografiche nonché società madre della Metro-Goldwyn-Mayer. Nel corso del 1927, i successivi tre studi di maggiori dimensioni che andarono affermandosi furono Fox, Universal e First National (fondata nel 1917). Spronata dal grande successo de “Il cantante di jazz” (1927), il primo importante lungometraggio parlato, la piccola Warner Bros. (fondata nel 1919) entrò rapidamente nella schiera delle majors, tanto che nel 1928 acquistò la First National. Fox, in prima linea nel cinema sonoro come la Warner, acquisì anche un considerevole circuito di sale cinematografiche per proiettare i suoi prodotti. |
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1930
→ 1949 |
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Tra la
fine del 1928, quando David Sarnoff della RCA progettò
la creazione dello studio RKO (Radio-Keith-Orpheum) e la fine
del 1949, quando la Paramount fu costretta a cedere la sua
catena di cinematografi – più o meno il periodo ritenuto come
l’epoca d’oro di Hollywood – c’erano otto
case di produzione cinematografiche comunemente considerate come
majors. |
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1950
→ 1969 |
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La fine
dell’età d’oro coincise nel 1948 con la sconfitta delle majors nei
confronti di una causa condotta dall’Antitrust federale, che terminò
con l’obbligo di cedere una delle tre
divisioni che componevano la macchina perfetta degli studios (allora
composta da unità di produzione, ramo distributivo e circuito di
cinematografi, in pratica le tre fasi che completavano il ciclo
completo necessario a garantire i profitti delle majors, a scapito
dei produttori indipendenti e delle case minori), optando per la
cessione delle catene di sale cinematografiche detenute dalle “Big
Five”. Il decennio vide anche un vecchio nome di Hollywood guadagnarsi una posizione di leader. Nel 1923, Walt Disney aveva fondato il Disney Brothers Cartoon Studio col fratello Roy e l’animatore Ub Iwerks. Nel corso dei successivi tre decenni, Disney divenne il produttore indipendente di riferimento nel campo dell’animazione e, dalla fine degli anni Quaranta, per un numero crescente di film dal vero. Nel 1954, la compagnia – adesso Walt Disney Productions – creò la propria divisione distributiva, Buena Vista Film Distribution, per gestire direttamente i propri prodotti che sono stati distribuiti per anni da diverse majors, soprattutto United Artists e poi RKO (“Biancaneve e i sette nani” 1937, distribuito dalla RKO, è stato il secondo più grande successo degli anni Trenta). Nel suo primo anno di vita, la Buena Vista ottenne un forte riscontro con “20.000 leghe sotto i mari”, il terzo più grande film al box-office nel 1954. Nel 1964, Buena Vista ha avuto il suo primo blockbuster, “Mary Poppins”, uno fra i più grandi risultati al botteghino di metà decennio. La compagnia raggiunse quell’anno il 9% di quota di mercato, più della Fox e della Warner Bros. Anche se nel corso dei due decenni successivi, le quote di mercato della Disney/Buena Vista raggiunsero nuovamente livelli simili, un numero di produzioni relativamente ridotto e la focalizzazione sui prodotti cinematografici per famiglie fecero sì che questa società non venisse considerata una major, malgrado il successo. |
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1970
→ 1989 Anni Settanta e Ottanta • Dalla crisi al rinnovamento generale dell’industria |
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I primi
anni Settanta furono difficoltosi per tutte le majors. La
frequenza delle produzioni, che già stava declinando rispetto
all’epoca d’oro, raggiunse il picco negativo nel 1971. Nel
1973 James T. Aubrey, presidente della Metro-Goldwyn-Mayer,
ridimensionò drasticamente lo studio, riducendo i programmi di
produzione ed eliminando il suo braccio distributivo (la United
Artists avrebbe distribuito da quell’anno i film dello studio
per tutto il resto del decennio). Dei 15 rilasci nel 1973, l’anno
successivo la MGM li ridusse a 5, e la sua media per il resto
degli anni Settanta sarebbe stata ancora inferiore. I tagli, usando
le parole dello storico cinematografico Joel Finler, «ridussero quel
che una volta rappresentava l’orgoglioso studio in un fallito di
Hollywood». Nel frattempo, un nuovo membro fu finalmente ammesso nel club dei grandi studios e due contendenti significativi apparvero sulla scena. Con la creazione del marchio Touchstone Pictures e la crescente attenzione al mercato adulto nella metà degli anni Ottanta, la Disney/Buena Vista si vide garantire il riconoscimento ufficiale di “major” a pieno titolo. Gli altri due contendenti furono entrambe nuove imprese. Nel 1978, Krim, Benjamin e altri tre dirigenti lasciarono la United Artists per fondare la Orion Pictures in joint-venture con Warner Bros., annunciata ottimisticamente come “la prima nuova major cinematografica in 50 anni”. Tri-Star Pictures fu creata nel 1982 come una joint-venture fra Columbia Pictures (allora di proprietà della Coca-Cola), HBO (allora di proprietà di Time, Inc.) e CBS. Nel 1985, la News Corporation di Rupert Murdoch ha acquistato la Twentieth Century-Fox, l’ultima major fra le cinque classiche rimasta relativamente sana e indipendente attraverso l’intera epoca d’oro di Hollywood ed anche in seguito. Nel 1986, la quota di mercato complessiva di tutte le sei major classiche superstiti – a quel punto Paramount, Warner Bros., Columbia, Universal, Twentieth Century-Fox e MGM/UA – scese al 64%, la più bassa dall’inizio dell’età d’oro. La Walt Disney era in terza posizione, dietro solo a Paramount e Warner Bros. Anche comprendendola come settima major e aggiungendo il 10% della sua quota di mercato, il controllo del box-office generale del Nord America da parte delle majors segnò un calo storico. Orion, ormai completamente indipendente dalla Warner Bros., e Tri-Star si erano ben posizionate come “mini-majors”, ciascuna con una quota di mercato di circa il 6% nel Nord America. Le piccole case di produzione indipendenti raccolsero complessivamente il 13%, più di ogni altro studio, Paramount a parte. Nel 1964, in confronto, tutte le compagnie – ad eccezione delle sette majors e della Disney – raccolsero soltanto l’1% di quota di mercato.Come ha scritto Finler nel suo studio “The Hollywood Story” (1988), «sarà interessante vedere se i vecchi studios storici saranno in grado di compiere un balzo indietro nel futuro, come hanno fatto tante volte in passato, o se gli ultimi sviluppi davvero riflettono un cambiamento fondamentale nell’industria cinematografica americana, per la prima volta dagli anni Venti». |
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1990
→ Oggi Dagli anni Novanta ad oggi • Gli studios tornano a dominare il box-office |
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Con l’eccezione della MGM/UA – la cui posizione è stata occupata dalla Disney – i vecchi studios storici hanno compiuto, infine, il balzo di cui parlava Finler, riportando indietro le lancette dell’orologio. L’acquisto della Twentieth Century-Fox da parte della News Corporation di Murdoch, presagì una nuova serie di acquisizioni societarie. Tra il 1989 e il 1994, Paramount, Warner Bros., Columbia e Universal cambiarono tutte di proprietà, divenendo parte di conglomerati che apportarono nuovi strumenti finanziari e politiche di marketing aggressive. Entro i primi anni Novanta, sia la Tri-Star che la Orion erano essenzialmente fuori gioco: la prima inglobata nella Columbia, la seconda fallita e venduta alla MGM. I più importanti concorrenti emersi durante gli anni Novanta, New Line, la Miramax dei fratelli Weinstein e la DreamWorks SKG, prima o poi sono passati sotto il controllo delle majors, anche se oggi la DreamWorks è tornata ad essere indipendente. Lo sviluppo di pseudo-indipendenti “fatte in casa”, come succursali delle conglomerate, innescato dalla Sony Pictures Classics e dal successo ottenuto col film “Pulp Fiction” – primo progetto della Miramax di proprietà Disney – ha significativamente indebolito la posizione delle case di produzione realmente indipendenti. Il programma di distribuzione sul mercato delle majors venne rivisto: durante il 2006 le sei case di produzioni primarie, da sole, misero insieme un totale di 124 film; le tre etichette secondarie principali, controllate dalle majors (New Line, Fox Searchlight, Focus Features) ne aggiunsero altri 30. La dominazione del box-office è stata completamente ristabilita: nel 2006, le sei majors cinematografiche espressione dei sei conglomerati industriali hanno raggiunto una quota di mercato complessiva dell’89,8% del mercato nord-americano; Lionsgate e Weinstein si attestano su una quota corrispondente alla metà di quanto, nel 1986, raggiunsero le principali “mini-majors” di allora, ottenendo solo un 6,1% complessivo; MGM si posiziona sull’1,8% e tutte le restanti società indipendenti si dividono una quota pari al 2,3% del totale. Solo una delle major cinematografiche è passata di mano nel corso del primo decennio del 2000, anche se lo ha fatto due volte: Universal è stata acquistata da Vivendi nel 2000 e poi da General Electric quattro anni più tardi. Altri sviluppi hanno interessato alcune controllate dalle majors. Il grande successo della casa di produzione animata Pixar, i cui film sono stati distribuiti dalla Buena Vista, si è risolto con l’acquisto della Pixar da parte della Disney nel 2006. Nel 2008, New Line Cinema ha perso il suo status di indipendente, nell’ambito di Time Warner, ed è diventata una filiale della Warner Bros., la quale ha annunciato la prospettata chiusura delle sue due unità speciali, Warner Independent e Picturehouse. Anche la Paramount, nel 2008, ha ricondotto le attività di produzione, commercializzazione, distribuzione e servizi della Paramount Vantage nell’ambito della casa madre. L’anno seguente, Universal ha ceduto la sua divisione speciale, Rogue Pictures, alla Relativity Media. |
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L’epoca d’oro di Hollywood e il funzionamento dello studio system |
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Dalla nascita del cinema sonoro alla sentenza della Corte Suprema |
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Lo “studio system” era il metodo di produzione e distribuzione
cinematografica dominante a Hollywood dai primi anni Venti fino agli
anni Cinquanta del
Ventesimo Secolo. Il termine “studio system” si riferisce in primo
luogo alla pratica delle grandi case cinematografiche di produrre
lungometraggi principalmente nei propri studios e backlot con
personale creativo, spesso sotto contratto a lungo termine, e in
secondo luogo a perseguire l’integrazione verticale dell’intero
ciclo produttivo attraverso la proprietà o il controllo effettivo
sia dei distributori che delle catene di sale cinematografiche,
oltretutto garantendosi ulteriormente i margini di profitto
attraverso tecniche di promozione indirizzate al più vasto pubblico. Durante l’epoca d’oro, furono le otto società comunemente note come gli studios a promulgare lo studio system hollywoodiano. Fra queste otto, cinque erano totalmente conglomerati integrati (i famosi “Big Five”), combinando la proprietà di uno studio di produzione, una divisione distributiva e una sostanziale catena di sale cinematografiche, contrattando autonomamente con i cineasti ed il personale creativo: Fox Film Corporation (più tardi Twentieth Century-Fox), Loew’s Incorporated (proprietaria del più vasto circuito di sale e casa madre della Metro-Goldwyn-Mayer), Paramount Pictures, RKO-Radio Pictures e Warner Bros. Pictures. Due majors – Universal Pictures e Columbia Pictures – erano organizzate similmente alle “Big Five” ma non arrivarono mai a possedere un circuito di sale cinematografiche di pari livello. L’ottava major (e terza fra i “Little Three” insieme a Universal e Columbia), la United Artists, possedeva solo alcuni teatri e aveva accesso a due impianti di produzione di proprietà di alcuni membri del suo gruppo ma essa ha funzionato soprattutto come finanziatrice di film realizzati dai produttori indipendenti e distribuendo i loro film sul mercato. |
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Il cinema sonoro e i “Big Five” • Da “Il cantante di jazz” alla formazione delle “cinque grandi” |
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Il biennio
1927-28 è generalmente considerato come l’inizio dell’epoca d’oro di
Hollywood coincidendo con le fasi finali più importanti mirate alla
creazione del controllo dell’industria cinematografica americana
attraverso lo studio system. Nel mese di gennaio, General Electric acquisì una considerevole partecipazione nella Film Booking Offices of America (FBO), una piccola casa di produzione e distribuzione di proprietà di Joseph P. Kennedy, padre del futuro presidente. In ottobre, attraverso una serie di trasferimenti azionari, RCA si guadagnò il controllo della società FBO e della catena di sale cinematografiche della Keith-Albee-Orpheum; fondendosi fra loro in un unico conglomerato, nacque così la Radio-Keith-Orpheum Corporation, con Sarnoff alla guida del consiglio di amministrazione. Con la RKO e la Warner Bros. (di lì a poco destinata a diventare Warner Bros.-First National), raggiungendo Fox, Paramount e Loew’s/MGM tra i maggiori protagonisti del settore, il “Big Five” che avrebbe governato Hollywood – e quindi gran parte del cinema mondiale – nei decenni a seguire, era adesso completato. |
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Il regno dorato delle majors • Gli studios più redditizi, dalla MGM alla RKO-Radio |
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La classifica dei “Big Five” in termini di redditività (strettamente
legata alla quota di mercato) è venuta consolidandosi nel corso
l’epoca d’oro: la Metro-Goldwyn-Mayer fu la numero uno per
undici anni, 1931-41. Il primato della Paramount, lo studio
più redditizio durante gli inizi del sonoro (1928-30) andò scemando
nel corso del decennio successivo e la Twentieth Century-Fox fu
la numero due per la maggior parte del regno della MGM. La Paramount ricominciò a decollare gradualmente nel 1940, affiancandosi infine alla MGM due anni più tardi; da quel momento, e fino alla riorganizzazione avvenuta nel 1949, rimase lo studio di maggiore successo sotto l’aspetto finanziario fra i “Big Five”. Con l’eccezione del 1932 – quando tutte le compagnie, tranne la MGM persero denaro, e la RKO perse qualcosa meno dei suoi concorrenti – fu proprio la RKO ad essere la major destinata a piazzarsi ultima in classifica in ogni anno dell’età d’oro di Hollywood, con la Warner Bros. anch’essa generalmente in coda. Fra le majors più piccole, le cosiddette “Little Three”, la United Artists si piazzò costantemente in coda alla classifica, con la Columbia Pictures più forte nel corso degli anni Trenta e la Universal Pictures in testa durante la maggior parte degli anni Quaranta. |
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La fine del sistema e la morte della RKO-Radio • La Corte Suprema contro i “Big Five” |
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Una delle
tecniche utilizzate per sostenere lo studio system fu il “block
booking”, un sistema di vendita multipla di più film alle sale
cinematografiche in un unico stock.
Tuttavia, dietro le quinte alla RKO, la sentenza della Corte
Suprema che da un lato mise in agitazione i vertici dei
conglomerati, dall’altro fu vista come un’opportunità per lo studio.
Nel corso dello stesso mese in cui la decisione della Corte fu
promulgata, l’eccentrico miliardario Howard Hughes acquisì una
partecipazione di controllo nella società. Visto che la RKO controllava
la più piccola catena di sale cinematografiche fra le “Big Five”,
Hughes ritenne che il divorzio delle altre majors dai rispettivi
circuiti potesse generare un effetto domino “livellando” le
differenze fra la RKO e gli studios maggiori, aiutando la sua
casa di produzione a competere finalmente in modo paritario con i
suoi concorrenti. Nel 1952 Hughes cercò di salvare il suo investimento nella RKO cedendo il controllo dello studio ad un cartello di investitori di Chicago senza alcun tipo di esperienza cinematografica, ma l’operazione finanziaria fallì e l’anno successivo dovette tornare in carica alla società, mentre la catena di sale cinematografiche della RKO veniva finalmente venduta, come prescritto. Sempre nel 1953, la compagnia General Tire and Rubber, intenzionata ad espandere le attività della sua piccola divisione broadcasting, chiese a Hughes la disponibilità della library RKO da programmare in televisione. Così Hughes aumentò la propria partecipazione azionaria acquisendo praticamente tutta la proprietà della RKO entro il mese di dicembre del 1954 e l’estate seguente formalizzò la vendita dell’intero studio alla General Tire and Rubber. I nuovi proprietari fecero cassa rapidamente, rientrando in parte dell’investimento iniziale, vendendo i diritti della library – che finalmente avevano ottenuto – alla C&C Television Corp., una società controllata di bevande, per la trasmissione televisiva (la RKO avrebbe conservato solo i diritti di alcuni canali televisivi che General Tire and Rubber aveva portato con sé). Secondo l’accordo, i film vennero privati della loro identità RKO, prima di essere inviati da C&C alle emittenti televisive locali; il famoso logo di apertura, col suo globo e la torre radiofonica, fu rimosso, così come qualsiasi altro marchio registrato dello studio. Tornati a Hollywood, i nuovi proprietari della RKO incontrarono poco successo nel campo dell’industria cinematografica ed entro il 1957 lo studio arrivò al capolinea, cessando la produzione e vendendo gli studios, che furono acquistati dalla compagnia Desilu di Lucille Ball e Desi Arnaz, che poi li rivendettero nel 1967 alla Paramount. Proprio come la United Artists, lo studio adesso non aveva più uno studio ma, a differenza della United Artists, detenendo a malapena i diritti dei propri vecchi film, la nuova RKO non vide alcun interesse nel continuare a produrne di nuovi. Così, nel 1959 la società abbandonò completamente il business cinematografico. |
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Prove di studio system in Europa e Asia • L’esempio americano nel contesto internazionale |
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Lo studio system è in gran parte identificato come un fenomeno
americano, ma a volte anche società di produzione cinematografica di
altri Paesi hanno raggiunto e mantenuto la piena integrazione in
modo simile a quella dei “Big Five” di Hollywood. Come scrive lo storico James Chapman, «in Gran Bretagna solo due compagnie raggiunsero la piena integrazione verticale (la Rank Organization e la Associated British Picture Corporation). Altri Paesi in cui si verificarono un certo livello di integrazione verticale furono la Germania durante gli anni Venti (Universum Film Aktiengesellschaft, o UFA), la Francia durante gli anni Trenta (Gaumont-Franco-Film-Aubert e Pathé-Natan) e Giappone (Nikkatsu, Shochiku e Toho)». «L’India, la quale rappresenta forse l’unico serio concorrente dell’industria cinematografica statunitense, a causa della sua posizione dominante sul proprio e sugli altri mercati asiatici, non ha, al contrario, mai raggiunto alcun grado di integrazione verticale». Tornando al Giappone, nel 1929 quasi il 75% delle sale cinematografiche giapponesi erano connesse con Nikkatsu o Shochiku, i due studios più grandi di quel tempo. |
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Dopo il sistema: Hollywood oggi • La persistenza del modello United Artists |
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Oggi, cinque delle majors dell’epoca d’oro di Hollywood continuano
ad esistere come entità principali di conglomerati mediatici più
ampi: Columbia (di
proprietà della Sony), Twentieth Century-Fox (di
proprietà della News Corporation), Warner Bros. (di
proprietà della Time Warner), Paramount (di proprietà
della Viacom) e Universal (di proprietà della General
Electric e NBC Universal). Inoltre la Buena Vista Motion
Pictures Group di proprietà della Walt Disney Company è
emersa come una major, risultando fra i nuovi “Big Six”. Con
l’eccezione della Disney, tutti questi cosiddetti
major-studios sono essenzialmente basati non sul modello classico
dei “Big Five” ma sulla vecchia United Artists: cioè sono
principalmente distributori-finanziatori (e affittuari degli
impianti di produzione) piuttosto che compagnie di produzione vere e
proprie. |
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Damiano Negri. Tutti i diritti riservati.