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IL CINEMA DEGLI STATI UNITI D’AMERICA
Suddivisione per case di produzione, seguendo l’ordine dei cataloghi ufficiali

20th Century-Fox

 

Columbia

 

MGM

 

Paramount

 

RKO-Radio


. . . . . . . . . . . . .
411 film in DVD
Totale: 1.547 film
catalogati

 


. . . . . . . . . . . . .
227 film in DVD
Totale: 847 film
catalogati

 


. . . . . . . . . . . . .
819 film in DVD
Totale: 1.871 film
catalogati

 


. . . . . . . . . . . . .
432 film in DVD
Totale: 2.083 film
catalogati

 


. . . . . . . . . . . . .
301 film in DVD
Totale: 701 film
catalogati

United Artists

 

Universal

 

Walt Disney

 

Warner Bros.

 

Studios minori


. . . . . . . . . . . . .
367 film in DVD
Totale: 757 film
catalogati

 


. . . . . . . . . . . . .
269 film in DVD
Totale: 1.367 film
catalogati

 


. . . . . . . . . . . . .
598 film in DVD
Totale: 811 film
catalogati

 


. . . . . . . . . . . . .
412 film in DVD
Totale: 2.083 film
catalogati

 


. . . . . . . . . . . . .
476 film in DVD
Totale: 3.591 film
catalogati

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Majors, minors e indipendenti
• I sei giganti che fino al 2008 dominavano il 90% del mercato

Tratto da Wikipedia e liberamente integrato e/o modificato (ultimo aggiornamento: 30 giugno 2008)
 

Uno studio cinematografico di grandi dimensioni definito “major” è una società di produzione e distribuzione che rilascia annualmente al pubblico un consistente numero di pellicole, tale da garantirsi il controllo di una quota significativa del box-office in un determinato mercato. Nel Nord America e nei Paesi occidentali – così come nel resto del mondo –, i principali studios cinematografici conosciuti come “majors” sono rappresentati dai sei gruppi industriali che dominano attualmente il 90% del mercato di Stati Uniti e Canada, noti come i “Big Six”, giganti dei media che non comprendono più soltanto la produzione cinematografica, ma anche editoria, intrattenimento, multimedia ecc.

Il quartier generale della divisione cinematografica di ciascuno degli attuali “Big Six” ha sede ancora a Hollywood o zone limitrofe, essendo tutte società già attive durante l’età d’oro del cinema americano fra gli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso. In tre casi, Twentieth Century-FoxWarner Bros. e Paramount, gli studios sono stati parte dei leggendari “Big Five” nel corso di tale periodo (gli altri due erano Metro-Goldwyn-Mayer e RKO-Radio). In due casi, Columbia e Universal, questi sono stati promossi al rango di “majors” solo in un secondo momento, essendo originariamente appartenenti al gruppo delle “majors minori” o “major-minors”, i cosiddetti “Little Three” dell’epoca d’oro (il terzo era la United Artists). Infine, il sesto fra i maggiori gruppi industriali cinematografici attuali, Walt Disney Company, esisteva già dagli anni Trenta ma solo come importante società di produzione indipendente, non come “major”.

Nella maggior parte dei “Big Six” attuali, con l’andare del tempo sono confluite società indipendenti, frutto di acquisizioni e/o fusioni societarie; le majors hanno anche costituito divisioni delle proprie case cinematografiche ciascuna specializzata in ambiti specifici o film di genere. Ovviamente le sei grandi di oggi operano in concorrenza con le società di produzione minori, le “minors”, come con le società di distribuzione o espressione dei produttori indipendenti, note come “Indie”. I maggiori “Indie” come LionsgateSummit Entertainment e l’ex-gigante Metro-Goldwyn-Mayer, sono soprannominati talvolta “mini-majors”, insieme ai più giovani Overture Films e Weinstein Company (quest’ultima in via di dissolvimento). Dal 1998 al 2005 la DreamWorks SKG arrivò a controllare una quota di mercato sufficiente a considerarla settima fra le majors, malgrado le sue ridotte dimensioni e l’appoggio a distributori esterni. Nel 2006 fu acquistata da Viacom, la casa madre della Paramount, per poi tornare ad essere indipendente nell’autunno del 2008, appoggiata alla Walt Disney per la distribuzione.

Oggi i principali studios sostengono la creazione e la distribuzione di film la cui produzione effettiva è in gran parte gestita da società indipendenti, talvolta appositamente create da loro stessi per concentrarsi sullo sviluppo di un film specifico, inclusa la semplice acquisizione dei diritti di distribuzione, anche senza coinvolgimenti preliminari nel corso della produzione. Per contro, le majors concentrano gran parte delle loro attività nelle aree di sviluppo, finanziamento, marketing e merchandising dei prodotti cinematografici.
 

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Principali case di produzione e quote di mercato (al 2008)
• Time Warner guida la classifica. Il declino della MGM

Elenco dei principali conglomerati industriali di media e rispettive quote di mercato (anno 2008) con indicazione delle majors cinematografiche storiche inglobate (soltanto la Walt Disney è essa stessa un conglomerato industriale che porta il suo nome):

“Big Six” (majors)
1)  19,7%
  →  Time Warner → Warner Bros. Pictures
2)  17,3%  →  Viacom → Paramount Pictures
3)  13,6%  →  Sony → Columbia Pictures
4)  13,1%  →  General Electric / Vivendi S.A. → Universal Studios
5)  12,7%  →  News Corporation → Twentieth Century Fox
6)  11,3%  →  The Walt Disney Company → Walt Disney Pictures

“Mini-majors” (minors)
1)  04,5% 
→  Lionsgate
2)  02,4%  →  Summit Entertainment
3)  01,7%  →  Metro-Goldwyn-Mayer / United Artists
4)  01,1%  →  Overture
 

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1910 → 1929
Le majors prima dell’epoca d’oro di Hollywood

• Dai pionieri del cinema alla formazione dei primi studios

Nel 1909 Thomas Edison, che lotto per anni nei tribunali sul controllo dei brevetti del cinema, ottenne un riconoscimento importante che portò alla creazione del Motion Picture Patents Company, comunemente conosciuto come il “Trust”. Comprendendo le nove maggiori compagnie cinematografiche americane di allora, il Trust – forse il primo conglomerato americano di film – «fu ideato per eliminare non solo i produttori cinematografici indipendenti ma anche le 10.000 imprese attive nella distribuzione e nell’esercizio delle sale».

La lotta dei produttori indipendenti contro il Trust fu condotta da Carl Laemmle, la cui azienda – Laemmle Film Service – con sede a Chicago, operando nel Midwest e in Canada, era il più grande distributore del Nord America. Gli sforzi di Laemmle furono ricompensati nel 1912 quando il Governo degli Stati Uniti stabilì che il Trust è stato «un’associazione illecita e corrotta», tanto da dover essere sciolta. L’8 giugno 1912, Laemmle organizzò la fusione della sua divisione produttiva, IMP (Independent Motion Picture Company) con altre società cinematografiche, creando lo studio che presto avrebbe preso il nome di Universal. Entro la fine dell’anno, Universal era già operativa presso i due siti produttivi di Los Angeles: l’ex studio Nestor Film di Hollywood e un altro studio a Edendale. La prima “major” di Hollywood esordiva quindi nel mondo degli affari.
 

Nel 1916 un secondo protagonista di Hollywood gettò le proprie fondamenta quando Adolph Zukor fuse la propria casa di produzione Famous Players con la Jesse L. Lasky Feature Play Company, formando la Famous Players-Lasky Corporation. Come proprio braccio distributivo, il nuovo studio acquisì un’altra società, la Paramount Pictures, adottando in seguito il suo nome. La Paramount sorpassò rapidamente la Universal come compagnia dominante di Hollywood. Nel 1916 anche William Fox delocalizzò la propria Fox Film Corporation dalla costa orientale a Hollywood, iniziando una fase di espansione.

Tra il 1924, quando la Metro Pictures si accordò con la Goldwyn Pictures e la Louis B. Mayer Productions per formare la Metro-Goldwyn-Mayer, e il 1928, anno durante il quale l’industria cinematografica americana si convertì in massa al cinema sonoro, Hollywood aveva i suoi “Big Two”Paramount e Loew’s Incorporated, proprietaria della maggiore catena di sale cinematografiche nonché società madre della Metro-Goldwyn-Mayer.

Nel corso del 1927, i successivi tre studi di maggiori dimensioni che andarono affermandosi furono FoxUniversal e First National (fondata nel 1917). Spronata dal grande successo de “Il cantante di jazz” (1927), il primo importante lungometraggio parlato, la piccola Warner Bros. (fondata nel 1919) entrò rapidamente nella schiera delle majors, tanto che nel 1928 acquistò la First NationalFox, in prima linea nel cinema sonoro come la Warner, acquisì anche un considerevole circuito di sale cinematografiche per proiettare i suoi prodotti.
 

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1930 → 1949
Le majors durante l’epoca d’oro di Hollywood

• Anni Trenta e Quaranta: la perfetta fabbrica dei sogni

Tra la fine del 1928, quando David Sarnoff della RCA progettò la creazione dello studio RKO (Radio-Keith-Orpheum) e la fine del 1949, quando la Paramount fu costretta a cedere la sua catena di cinematografi – più o meno il periodo ritenuto come l’epoca d’oro di Hollywood – c’erano otto case di produzione cinematografiche comunemente considerate come majors.

Fra queste otto, le cosiddette “Big Five” erano dei conglomerati integrati, combinando la proprietà di uno studio di produzione (con la stipulazione diretta dei contratti coi cineasti e gli attori), una divisione distributiva e una catena di cinematografiLoew’s/MGMParamountFox (che divenne Twentieth Century-Fox dopo la fusione nel 1935 con Twentieth Century Pictures), Warner Bros. e RKO-Radio. Le rimanenti majors furono indicate talvolta come “Little Three” oppure “major-minors”. Due – Universal e Columbia (fondata nel 1919) – furono organizzate in modo simile alle “Big Five”, tranne per il fatto che esse non furono mai proprietarie di una catena di sale cinematografiche (una costante e affidabile fonte di profitti). La terza delle major minori, United Artists (fondata nel 1919), possedeva alcuni teatri e usufruiva degli studi di proprietà dei consociati, ma soprattutto ha funzionato come sostenitore-distributore, prestando denaro a produttori indipendenti e distribuendo i loro film.

Durante gli anni Trenta, le otto “majors” rilasciavano una media di circa 358 film all’anno
negli anni Quaranta, le quattro principali compagnie spostarono gradualmente la maggior parte delle proprie risorse verso produzioni ad alto budget a scapito delle film di serie B, abbassando la media annuale a 288 film.
 

Tra le caratteristiche significative dell’epoca d’oro c’erano la stabilità delle “majors” di Hollywood, la loro gerarchia e la loro quasi completa dominanza del box-office. All’apice dell’età d’oro, nel 1939, le “Big Five” avevano quote di mercato oscillanti dal 22% (Metro-Goldwyn-Mayer) al 9% (RKO-Radio); ciascuna delle “Little Three” deteneva una quota intorno al 7%. In sintesi, le otto majors controllavano il 95% del mercato e tutte le compagnie più piccole messe insieme raggiungevano il 5% come totale. Dieci anni dopo, lo scenario era sostanzialmente identico: le “Big Five” detenevano una quota di mercato oscillante dal 22% (Metro-Goldwyn-Mayer) al 9% (RKO); le “Little Three” avevano quote di mercato oscillanti dall’8% (Columbia) al 4% (United Artists). In sintesi, le otto majors controllavano il 96% del mercato e tutte le altre piccole case mettevano insieme un 4% come totale.
 

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1950 → 1969
Le majors dopo l’epoca d’oro di Hollywood

• Il declino dello studio system e la guerra (persa) con la TV

La fine dell’età d’oro coincise nel 1948 con la sconfitta delle majors nei confronti di una causa condotta dall’Antitrust federale, che terminò con l’obbligo di cedere una delle tre divisioni che componevano la macchina perfetta degli studios (allora composta da unità di produzione, ramo distributivo e circuito di cinematografi, in pratica le tre fasi che completavano il ciclo completo necessario a garantire i profitti delle majors, a scapito dei produttori indipendenti e delle case minori), optando per la cessione delle catene di sale cinematografiche detenute dalle “Big Five”.

Benché questo provvedimento non produsse virtualmente effetti immediati, andando a scardinare il dominio delle otto majors sul box-office totale, di fatto iniziò a livellare il terreno di gioco fra le “Big Five” e le “Little Three”. Nel novembre del 1951, Decca Records acquistò il 28% della Universal; l’anno seguente, lo studio divenne la prima major di Hollywood ad essere rilevata da una compagnia estranea al business del cinema, non appena Decca acquisì la maggioranza della proprietà.

Gli anni Cinquanta videro due sostanziali cambiamenti nella gerarchia delle majors: la RKO, da sempre la più debole fra le major, declinò rapidamente in seguito alla cattiva gestione dello studio da parte di Howard Hughes, che aveva acquisito il controllo azionario dello studio nel 1948. Col tempo Hughes vendette lo studio alla General Tire and Rubber Company nel 1955, mentre lo studio diventava una major di cui non rimaneva che la reputazione. Nel 1957, quasi tutte le attività della RKO legate alla produzione cinematografica cessarono e lo studio si sciolse nel 1959 (resuscitata in scala ridotta nel 1981, oggi opera come compagnia indipendente minore).

Al contrario, vi è stata la United Artists, che aveva operato a lungo col modello di finanziamento e distribuzione dei film indipendenti, una formula verso la quale si orientarono progressivamente anche le altre majors. Sotto Arthur Krim e Robert Benjamin, che hanno iniziato a gestire la società nel 1951, la United Artists divenne una compagnia sempre più redditizia. Nel 1956 – quando distribuì uno dei più grandi campioni di incasso del decennio, “Il giro del mondo in 80 giorni”, arrivò a detenere una quota di mercato del 10%. Alla metà del decennio successivo, essa raggiunse il 16% e fu il secondo studio più redditizio di Hollywood.

Malgrado il crollo della RKO, nel corso degli anni Cinquanta le majors riuscirono a distribuire ancora una media di 253 lungometraggi all’anno. Va ricordato inoltre come la fine dello studio system sia stata accelerata anche dalla brusca riduzione degli incassi al box-office, un crollo nel numero di spettatori sempre più orientati al consumo domestico delle trasmissioni televisive a scapito della frequentazione dei cinematografi.
 

Gli anni Sessanta sono caratterizzati da una serie di acquisizioni societarie. MCA, sotto Lew Wasserman, acquistò la Decca Records nel 1962, quindi anche la UniversalGulf+Western rilevò la Paramount nel 1966 e la Transamerica Corporation acquistò la United Artists nel 1967. La Warner Bros. ha subito grandi riorganizzazioni due volte in due anni: la fusione nel 1967 con la Seven Arts e l’acquisto nel 1969 da parte della Kinney National, sotto Stephen J. Ross. Metro-Goldwyn-Mayer, in un processo di lento declino, cambiò di proprietà due volte nello stesso arco di tempo, liquidata nelle mani del finanziere Kirk Kerkorian. Nel corso di questo periodo, le majors abbandonarono quasi interamente le produzioni a basso budget, abbassando a meno di 160 la media annuale dei lungometraggi annualmente distribuiti.

Il decennio vide anche un vecchio nome di Hollywood guadagnarsi una posizione di leader. Nel 1923, Walt Disney aveva fondato il Disney Brothers Cartoon Studio col fratello Roy e l’animatore Ub Iwerks. Nel corso dei successivi tre decenni, Disney divenne il produttore indipendente di riferimento nel campo dell’animazione e, dalla fine degli anni Quaranta, per un numero crescente di film dal vero. Nel 1954, la compagnia – adesso Walt Disney Productions – creò la propria divisione distributiva, Buena Vista Film Distribution, per gestire direttamente i propri prodotti che sono stati distribuiti per anni da diverse majors, soprattutto United Artists e poi RKO (“Biancaneve e i sette nani” 1937, distribuito dalla RKO, è stato il secondo più grande successo degli anni Trenta). Nel suo primo anno di vita, la Buena Vista ottenne un forte riscontro con “20.000 leghe sotto i mari”, il terzo più grande film al box-office nel 1954. Nel 1964, Buena Vista ha avuto il suo primo blockbuster, “Mary Poppins”, uno fra i più grandi risultati al botteghino di metà decennio. La compagnia raggiunse quell’anno il 9% di quota di mercato, più della Fox e della Warner Bros. Anche se nel corso dei due decenni successivi, le quote di mercato della Disney/Buena Vista raggiunsero nuovamente livelli simili, un numero di produzioni relativamente ridotto e la focalizzazione sui prodotti cinematografici per famiglie fecero sì che questa società non venisse considerata una major, malgrado il successo.
 

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1970 → 1989
Anni Settanta e Ottanta

• Dalla crisi al rinnovamento generale dell’industria

I primi anni Settanta furono difficoltosi per tutte le majors. La frequenza delle produzioni, che già stava declinando rispetto all’epoca d’oro, raggiunse il picco negativo nel 1971. Nel 1973 James T. Aubrey, presidente della Metro-Goldwyn-Mayer, ridimensionò drasticamente lo studio, riducendo i programmi di produzione ed eliminando il suo braccio distributivo (la United Artists avrebbe distribuito da quell’anno i film dello studio per tutto il resto del decennio). Dei 15 rilasci nel 1973, l’anno successivo la MGM li ridusse a 5, e la sua media per il resto degli anni Settanta sarebbe stata ancora inferiore. I tagli, usando le parole dello storico cinematografico Joel Finler, «ridussero quel che una volta rappresentava l’orgoglioso studio in un fallito di Hollywood».

Come la RKO nei suoi ultimi giorni sotto Hughes, la MGM rimase una major dal marchio illustre solo in termini di prestigio, ma nulla di più. La MGM, tuttavia, non è stato l’unico studio a rinunciare al suo ramo distributivo. Verso la metà degli anni Settanta, l’industria subì un contraccolpo dal quale scaturì una svolta filosofica nel modo di produrre. Mentre le majors andavano focalizzando sempre di più la loro attività principalmente nello sviluppo di nuovi e promettenti film campioni di incassi ad alto budget, iniziando la prassi di distribuirli in contemporanea in molte centinaia di sale cinematografiche (con un approccio chiamato “saturation booking”), il numero complessivo di pellicole rilasciate dalle majors nel corso del periodo 1974-1984 scese a 81 film annuali.

Il classico scenario delle majors fu scosso ulteriormente alla fine del 1980, quando il disastrosamente costoso flop del film “I cancelli del cielo” portò la United Artists alla rovina. Lo studio venne venduto l’anno successivo a Kerkorian, il quale lo fuse alla sua MGM, creando la MGM/UA che, dopo una breve ripresa, imboccò nuovamente la strada del declino. Dalla metà degli anni Ottanta, MGM/UA è stata, nel migliore dei casi, una “mini-major”, per usare un termine di oggi.

Nel frattempo, un nuovo membro fu finalmente ammesso nel club dei grandi studios e due contendenti significativi apparvero sulla scena. Con la creazione del marchio Touchstone Pictures e la crescente attenzione al mercato adulto nella metà degli anni Ottanta, la Disney/Buena Vista si vide garantire il riconoscimento ufficiale di “major” a pieno titolo. Gli altri due contendenti furono entrambe nuove imprese. Nel 1978, Krim, Benjamin e altri tre dirigenti lasciarono la United Artists per fondare la Orion Pictures in joint-venture con Warner Bros., annunciata ottimisticamente come “la prima nuova major cinematografica in 50 anni”. Tri-Star Pictures fu creata nel 1982 come una joint-venture fra Columbia Pictures (allora di proprietà della Coca-Cola), HBO (allora di proprietà di Time, Inc.) e CBS. Nel 1985, la News Corporation di Rupert Murdoch ha acquistato la Twentieth Century-Fox, l’ultima major fra le cinque classiche rimasta relativamente sana e indipendente attraverso l’intera epoca d’oro di Hollywood ed anche in seguito.

Nel 1986, la quota di mercato complessiva di tutte le sei major classiche superstiti – a quel punto ParamountWarner Bros.ColumbiaUniversalTwentieth Century-Fox e MGM/UA – scese al 64%, la più bassa dall’inizio dell’età d’oro. La Walt Disney era in terza posizione, dietro solo a Paramount e Warner Bros. Anche comprendendola come settima major e aggiungendo il 10% della sua quota di mercato, il controllo del box-office generale del Nord America da parte delle majors segnò un calo storico. Orion, ormai completamente indipendente dalla Warner Bros., e Tri-Star si erano ben posizionate come “mini-majors”, ciascuna con una quota di mercato di circa il 6% nel Nord America. Le piccole case di produzione indipendenti raccolsero complessivamente il 13%, più di ogni altro studio, Paramount a parte. Nel 1964, in confronto, tutte le compagnie – ad eccezione delle sette majors e della Disney – raccolsero soltanto l’1% di quota di mercato.

Come ha scritto Finler nel suo studio “The Hollywood Story” (1988), «sarà interessante vedere se i vecchi studios storici saranno in grado di compiere un balzo indietro nel futuro, come hanno fatto tante volte in passato, o se gli ultimi sviluppi davvero riflettono un cambiamento fondamentale nell’industria cinematografica americana, per la prima volta dagli anni Venti».
 

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1990 → Oggi
Dagli anni Novanta ad oggi

• Gli studios tornano a dominare il box-office

Con l’eccezione della MGM/UA – la cui posizione è stata occupata dalla Disney – i vecchi studios storici hanno compiuto, infine, il balzo di cui parlava Finler, riportando indietro le lancette dell’orologio. L’acquisto della Twentieth Century-Fox da parte della News Corporation di Murdoch, presagì una nuova serie di acquisizioni societarie. Tra il 1989 e il 1994, ParamountWarner Bros.Columbia e Universal cambiarono tutte di proprietà, divenendo parte di conglomerati che apportarono nuovi strumenti finanziari e politiche di marketing aggressive. Entro i primi anni Novanta, sia la Tri-Star che la Orion erano essenzialmente fuori gioco: la prima inglobata nella Columbia, la seconda fallita e venduta alla MGM. I più importanti concorrenti emersi durante gli anni Novanta, New Line, la Miramax dei fratelli Weinstein e la DreamWorks SKG, prima o poi sono passati sotto il controllo delle majors, anche se oggi la DreamWorks è tornata ad essere indipendente.

Lo sviluppo di pseudo-indipendenti “fatte in casa”, come succursali delle conglomerate, innescato dalla Sony Pictures Classics e dal successo ottenuto col film “Pulp Fiction” – primo progetto della Miramax di proprietà Disney – ha significativamente indebolito la posizione delle case di produzione realmente indipendenti. Il programma di distribuzione sul mercato delle majors venne rivisto: durante il 2006 le sei case di produzioni primarie, da sole, misero insieme un totale di 124 film; le tre etichette secondarie principali, controllate dalle majors (New LineFox SearchlightFocus Featuresne aggiunsero altri 30La dominazione del box-office è stata completamente ristabilita: nel 2006, le sei majors cinematografiche espressione dei sei conglomerati industriali hanno raggiunto una quota di mercato complessiva dell’89,8% del mercato nord-americano; Lionsgate e Weinstein si attestano su una quota corrispondente alla metà di quanto, nel 1986, raggiunsero le principali “mini-majors” di allora, ottenendo solo un 6,1% complessivo; MGM si posiziona sull’1,8% e tutte le restanti società indipendenti si dividono una quota pari al 2,3% del totale.

Solo una delle major cinematografiche è passata di mano nel corso del primo decennio del 2000, anche se lo ha fatto due volte: Universal è stata acquistata da Vivendi nel 2000 e poi da General Electric quattro anni più tardi. Altri sviluppi hanno interessato alcune controllate dalle majors. Il grande successo della casa di produzione animata Pixar, i cui film sono stati distribuiti dalla Buena Vista, si è risolto con l’acquisto della Pixar da parte della Disney nel 2006. Nel 2008, New Line Cinema ha perso il suo status di indipendente, nell’ambito di Time Warner, ed è diventata una filiale della Warner Bros., la quale ha annunciato la prospettata chiusura delle sue due unità speciali, Warner Independent e Picturehouse. Anche la Paramount, nel 2008, ha ricondotto le attività di produzione, commercializzazione, distribuzione e servizi della Paramount Vantage nell’ambito della casa madre. L’anno seguente, Universal ha ceduto la sua divisione speciale, Rogue Pictures, alla Relativity Media.
 

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L’epoca d’oro di Hollywood e il funzionamento dello studio system

Dalla nascita del cinema sonoro alla sentenza della Corte Suprema
• Le otto majors di ieri, protagoniste di una stagione irripetibile

Lo “studio system” era il metodo di produzione e distribuzione cinematografica dominante a Hollywood dai primi anni Venti fino agli anni Cinquanta del Ventesimo Secolo. Il termine “studio system” si riferisce in primo luogo alla pratica delle grandi case cinematografiche di produrre lungometraggi principalmente nei propri studios e backlot con personale creativo, spesso sotto contratto a lungo termine, e in secondo luogo a perseguire l’integrazione verticale dell’intero ciclo produttivo attraverso la proprietà o il controllo effettivo sia dei distributori che delle catene di sale cinematografiche, oltretutto garantendosi ulteriormente i margini di profitto attraverso tecniche di promozione indirizzate al più vasto pubblico.

Nel 1948 una sentenza della Corte Suprema contro il monopolio della distribuzione e dell’esercizio delle sale cinematografiche (Antitrust) ha accelerato la fine dello studio system. Nel 1954 l’ultimo dei legami operativi fra uno studio importante e la sua catena di sale cinematografiche veniva definitivamente spezzato e l’era della studio system si concludeva ufficialmente.

Il periodo che va dall’introduzione del cinema parlato fino alla sentenza della Corte con l’inizio della disgregazione degli studios – 1927/29-1948/49 – è comunemente noto come l’epoca d’oro di Hollywood
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Durante l’epoca d’oro, furono le otto società comunemente note come gli studios a promulgare lo studio system hollywoodiano. Fra queste otto, cinque erano totalmente conglomerati integrati (i famosi “Big Five”), combinando la proprietà di uno studio di produzione, una divisione distributiva e una sostanziale catena di sale cinematografiche, contrattando autonomamente con i cineasti ed il personale creativo: Fox Film Corporation (più tardi Twentieth Century-Fox), Loew’s Incorporated (proprietaria del più vasto circuito di sale e casa madre della Metro-Goldwyn-Mayer), Paramount PicturesRKO-Radio Pictures e Warner Bros. Pictures.

Due majors – Universal Pictures e Columbia Pictures – erano organizzate similmente alle “Big Five” ma non arrivarono mai a possedere un circuito di sale cinematografiche di pari livello. L’ottava major (e terza fra i “Little Three” insieme a Universal e Columbia), la United Artists, possedeva solo alcuni teatri e aveva accesso a due impianti di produzione di proprietà di alcuni membri del suo gruppo ma essa ha funzionato soprattutto come finanziatrice di film realizzati dai produttori indipendenti e distribuendo i loro film sul mercato.
 

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Il cinema sonoro e i “Big Five”
• Da “Il cantante di jazz” alla formazione delle “cinque grandi”

Il biennio 1927-28 è generalmente considerato come l’inizio dell’epoca d’oro di Hollywood coincidendo con le fasi finali più importanti mirate alla creazione del controllo dell’industria cinematografica americana attraverso lo studio system.

Il successo de “Il cantante di jazz” (The Jazz Singer”, 1927), il primo lungometraggio “talkie” – parlato (anche se, in realtà, la maggior parte delle sue scene non furono registrate in presa diretta) –, diede una forte spinta alla Warner Bros., allora una casa cinematografica di medie dimensioni. L’anno successivo vide sia l’introduzione generale del sonoro in tutta l’industria e due grandi risultati per la Warner, ovvero “Il cantante pazzo” (“The Singing Fool” 1927), seguito ancora più redditizio de “Il cantante di jazz”, e il primo film “all-talking” di Hollywood, “Lights of New York”, così come significativi sono stati i numerosi sviluppi tecnici conseguiti nel frattempo dagli studios del cinema.

La Warner Bros., spinta dal successo dei primi “talkies”, acquistò la grande catena di cinematografi Stanley nel settembre del 1928. Un mese dopo, rilevò la partecipazione azionaria di controllo della compagnia di produzione First National, uno studio di fama superiore alla Warner fino a poco tempo prima dell’acquisizione. Con l’acquisto della First National, la casa di produzione dei quattro fratelli Warner si aggiudicò non solo lo studio da 135 acri con gli impianti per le riprese in interni e i backlot per gli esterni ma anche una vasta catena di sale cinematografiche. In sostanza, i Warner misero a segno il colpo vincente al momento giusto.
 

Tra i “Big Five”, l’ultimo dei conglomerati dell’epoca d’oro di Hollywood emerse nel 1928: RKO-Radio. La Radio Corporation of America (RCA), guidata da David Sarnoff, era alla ricerca dei modi per sfruttare i brevetti del sonoro nel cinema, recentemente licenziati col nome “RCA Photophone”, di proprietà della società madre, la General Electric. Mentre le aziende leader nella produzione cinematografica si stavano preparando a firmare accordi in esclusiva con la Western Electric per la sua tecnologia, RCA entrò essa stessa nel mondo del cinema.

Nel mese di gennaio, General Electric acquisì una considerevole partecipazione nella Film Booking Offices of America (FBO), una piccola casa di produzione e distribuzione di proprietà di Joseph P. Kennedy, padre del futuro presidente. In ottobre, attraverso una serie di trasferimenti azionari, RCA si guadagnò il controllo della società FBO e della catena di sale cinematografiche della Keith-Albee-Orpheum; fondendosi fra loro in un unico conglomerato, nacque così la Radio-Keith-Orpheum Corporation, con Sarnoff alla guida del consiglio di amministrazione. Con la RKO e la Warner Bros. (di lì a poco destinata a diventare Warner Bros.-First National), raggiungendo FoxParamount e Loew’s/MGM tra i maggiori protagonisti del settore, il “Big Five” che avrebbe governato Hollywood
e quindi gran parte del cinema mondiale nei decenni a seguire, era adesso completato.
 

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Il regno dorato delle majors
• Gli studios più redditizi, dalla MGM alla RKO-Radio
La classifica dei “Big Five” in termini di redditività (strettamente legata alla quota di mercato) è venuta consolidandosi nel corso l’epoca d’oro: la Metro-Goldwyn-Mayer fu la numero uno per undici anni, 1931-41. Il primato della Paramount, lo studio più redditizio durante gli inizi del sonoro (1928-30) andò scemando nel corso del decennio successivo e la Twentieth Century-Fox fu la numero due per la maggior parte del regno della MGM.

La Paramount ricominciò a decollare gradualmente nel 1940, affiancandosi infine alla MGM due anni più tardi; da quel momento, e fino alla riorganizzazione avvenuta nel 1949, rimase lo studio di maggiore successo sotto l’aspetto finanziario fra i “Big Five”. Con l’eccezione del 1932 – quando tutte le compagnie, tranne la MGM persero denaro, e la RKO perse qualcosa meno dei suoi concorrenti – fu proprio la RKO ad essere la major destinata a piazzarsi ultima in classifica in ogni anno dell’età d’oro di Hollywood, con la Warner Bros. anch’essa generalmente in coda.

Fra le majors più piccole, le cosiddette “Little Three”, la United Artists si piazzò costantemente in coda alla classifica, con la Columbia Pictures più forte nel corso degli anni Trenta e la Universal Pictures in testa durante la maggior parte degli anni Quaranta.
 

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La fine del sistema e la morte della RKO-Radio
• La Corte Suprema contro i “Big Five”

Una delle tecniche utilizzate per sostenere lo studio system fu il “block booking”, un sistema di vendita multipla di più film alle sale cinematografiche in un unico stock.

Come singola unità – cinque film era lo standard di vendita praticato per la maggior parte degli anni Quaranta – la formula prevedeva la presenza di un solo lungometraggio particolarmente interessante, insieme ad un mix di film di serie A di dubbia qualità e da altri film di serie B come completamento dell’offerta.

Il 4 maggio 1948, nel corso della causa promossa dalla Federal Trade Commission congiuntamente al Dipartimento di Giustizia, nota come “Paramount Case” intentata contro tutti i “Big Five”, la Corte Suprema degli Stati Uniti dichiarò fuorilegge proprio la pratica del “block booking”. Ritenendo che questi conglomerati industriali stessero effettivamente violando le norme Antitrust, i giudici si astennero dall’impartire alle majors una decisione definitiva vincolante per correggere questo difetto e il caso fu rinviato al tribunale di grado inferiore da cui era pervenuto, il quale suggerì che il divorzio – ovvero la completa separazione degli interessi degli esercenti delle sale cinematografiche da quelli riguardanti produttori e distributori – fosse la risposta ideale.

I “Big Five”, però, sembrarono apparentemente uniti nella loro determinazione a combattere a colpi di procedimenti legali anche per anni, come avevano già abilmente dimostrato, dopo tutto, quando il “Paramount Case” fu originariamente presentato per la prima volta dalla giustizia federale, il 20 luglio 1938.

Tuttavia, dietro le quinte alla RKO, la sentenza della Corte Suprema che da un lato mise in agitazione i vertici dei conglomerati, dall’altro fu vista come un’opportunità per lo studio. Nel corso dello stesso mese in cui la decisione della Corte fu promulgata, l’eccentrico miliardario Howard Hughes acquisì una partecipazione di controllo nella società. Visto che la RKO controllava la più piccola catena di sale cinematografiche fra le “Big Five”, Hughes ritenne che il divorzio delle altre majors dai rispettivi circuiti potesse generare un effetto domino “livellando” le differenze fra la RKO e gli studios maggiori, aiutando la sua casa di produzione a competere finalmente in modo paritario con i suoi concorrenti.

Pertanto Hughes segnalò la sua disponibilità al governo federale per definire un decreto di autorizzazione che portasse alla separazione delle sue attività cinematografiche. Secondo l’accordo, Hughes avrebbe diviso il suo studio in due entità, RKO Pictures Corporation e RKO Theatres Corporation, impegnandosi a cedere la sua partecipazione in una o l’altra da una certa data. Il “via libera” di Hughes alla separazione volontaria della RKO in due comparti mise in discussione il teorema nel frattempo elaborato dagli avvocati delle altre “Big Five”, impegnati a dimostrare che tali rotture fossero irrealizzabili.

Al di là del pronunciamento di maggio della Corte Suprema, fu in realtà l’accordo sottoscritto da Hughes col governo federale, firmato l’8 novembre 1948, la vera campana a morto dell’epoca d’oro di Hollywood. La Paramount fu tra le prime majors a capitolare, definendo un analogo accordo nel febbraio successivo. Lo studio, che aveva combattuto contro lo scorporo per così tanto tempo, divenne il primo a definire la cessione dell’esercizio, conferendo il proprio circuito di sale cinematografiche ad una società autonoma (United Paramount Theaters) in anticipo sui tempi, il 31 dicembre 1949. L’epoca d’oro era finita.

Attraverso l’accordo di Hughes col governo federale, e quelli degli altri studios che presto seguirono, lo studio system era destinato a sopravvivere soltanto un mezzo decennio ancora.

Lo studio fra le majors che meglio sembrò adattarsi alla nuova cornice legislativa, traendone un immediato vantaggio, fu la United Artists, il più piccolo; guidato da un nuovo management dal 1951, terminando i vincoli contrattuali per l’utilizzo degli impianti di produzione Pickford-Fairbanks e sviluppando nuove relazioni con produttori indipendenti (adesso più coinvolti in investimenti diretti), lo studio forgiò un modello di business che Hollywood avrebbe sempre più emulato negli anni a venire.

Lo studio system intorno al quale l’industria era stata organizzata per tre decenni, infine tramontò definitivamente nel 1954, quando la Loew’s tagliò ogni legame operativo con la Metro-Goldwyn-Mayer.

La fuga in avanti di Hughes contribuì a rompere lo schema dello studio system, ma (al di là degli auspici iniziali) servì ben poco alla RKO. Gli effetti della sua leadership dirompente – unita all’emorragia di pubblico attratto dalla televisione che segnò profondamente tutta l’industria – furono evidenti a tutti gli osservatori di Hollywood.

Nel 1952 Hughes cercò di salvare il suo investimento nella RKO cedendo il controllo dello studio ad un cartello di investitori di Chicago senza alcun tipo di esperienza cinematografica, ma l’operazione finanziaria fallì e l’anno successivo dovette tornare in carica alla società, mentre la catena di sale cinematografiche della RKO veniva finalmente venduta, come prescritto. Sempre nel 1953, la compagnia General Tire and Rubber, intenzionata ad espandere le attività della sua piccola divisione broadcasting, chiese a Hughes la disponibilità della library RKO da programmare in televisione. Così Hughes aumentò la propria partecipazione azionaria acquisendo praticamente tutta la proprietà della RKO entro il mese di dicembre del 1954 e l’estate seguente formalizzò la vendita dell’intero studio alla General Tire and Rubber.

I nuovi proprietari fecero cassa rapidamente, rientrando in parte dell’investimento iniziale, vendendo i diritti della library
che finalmente avevano ottenuto alla C&C Television Corp., una società controllata di bevande, per la trasmissione televisiva (la RKO avrebbe conservato solo i diritti di alcuni canali televisivi che General Tire and Rubber aveva portato con sé). Secondo l’accordo, i film vennero privati della loro identità RKO, prima di essere inviati da C&C alle emittenti televisive locali; il famoso logo di apertura, col suo globo e la torre radiofonica, fu rimosso, così come qualsiasi altro marchio registrato dello studio.

Tornati a Hollywood, i nuovi proprietari della RKO incontrarono poco successo nel campo dell’industria cinematografica ed entro il 1957 lo studio arrivò al capolinea, cessando la produzione e vendendo gli studios, che furono acquistati dalla compagnia Desilu di Lucille Ball e Desi Arnaz, che poi li rivendettero nel 1967 alla Paramount. Proprio come la United Artists, lo studio adesso non aveva più uno studio ma, a differenza della United Artists, detenendo a malapena i diritti dei propri vecchi film, la nuova RKO non vide alcun interesse nel continuare a produrne di nuovi. Così, nel 1959 la società abbandonò completamente il business cinematografico.
 

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Prove di studio system in Europa e Asia
• L’esempio americano nel contesto internazionale
Lo studio system è in gran parte identificato come un fenomeno americano, ma a volte anche società di produzione cinematografica di altri Paesi hanno raggiunto e mantenuto la piena integrazione in modo simile a quella dei “Big Five” di Hollywood.

Come scrive lo storico James Chapman, «in Gran Bretagna solo due compagnie raggiunsero la piena integrazione verticale (la Rank Organization e la Associated British Picture Corporation). Altri Paesi in cui si verificarono un certo livello di integrazione verticale furono la Germania durante gli anni Venti (Universum Film Aktiengesellschaft, o UFA), la Francia durante gli anni Trenta (Gaumont-Franco-Film-Aubert e Pathé-Natan) e Giappone (NikkatsuShochiku e Toho)».

«L’India, la quale rappresenta forse l’unico serio concorrente dell’industria cinematografica statunitense, a causa della sua posizione dominante sul proprio e sugli altri mercati asiatici, non ha, al contrario, mai raggiunto alcun grado di integrazione verticale».

Tornando al Giappone, nel 1929 quasi il 75% delle sale cinematografiche giapponesi erano connesse con Nikkatsu o Shochiku, i due studios più grandi di quel tempo.
 

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Dopo il sistema: Hollywood oggi
• La persistenza del modello United Artists
Oggi, cinque delle majors dell’epoca d’oro di Hollywood continuano ad esistere come entità principali di conglomerati mediatici più ampiColumbia (di proprietà della Sony), Twentieth Century-Fox (di proprietà della News Corporation), Warner Bros. (di proprietà della Time Warner), Paramount (di proprietà della Viacom) e Universal (di proprietà della General Electric e NBC Universal). Inoltre la Buena Vista Motion Pictures Group di proprietà della Walt Disney Company è emersa come una major, risultando fra i nuovi “Big Six”. Con l’eccezione della Disney, tutti questi cosiddetti major-studios sono essenzialmente basati non sul modello classico dei “Big Five” ma sulla vecchia United Artists: cioè sono principalmente distributori-finanziatori (e affittuari degli impianti di produzione) piuttosto che compagnie di produzione vere e proprie.
 

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